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La Maschera di Pulcinella

Le Storie di Napoli di Nonno Arturo



Il Pulcinella in bronzo di vico del Fico al Purgatorio
Il Pulcinella in bronzo di vico del Fico al Purgatorio

«Peppenié, nel prossimo vicolo ti faccio vedere una piccola statua dietro l'angolo. Vediamo se riconosci di chi si tratta.»

Peppeniello alza lo sguardo incuriosito verso il nonno, abbozza un mezzo sorriso e annuisce con la testa.

Dopo pochi metri, nel vicolo a destra… «E che ci vuole? È Pulcinella!» Esclama divertito il ragazzo. «Ci sta pure scritto sotto!» E indica la targa posta sui basoli che mostrano allo sguardo dei passanti la testa in bronzo della più famosa maschera italiana, offerta alla città di Napoli dall’artista Lello Esposito.

«Nonno, ma tu sai chi era Pulcinella?» Fa Peppeniello.

«Beh, Pulcinella non è un determinato personaggio, con luogo e data di nascita. Le sue origini affondano così lontano nel tempo che ormai rappresenta un insieme di personaggi che nel corso dei secoli hanno finito per essere caratterizzati da questa maschera nera che copre per metà il volto, il camiciotto bianco e il berrettone a punta.»

«Cioè, vuoi dire che una volta non era così?»

«Non lo sappiamo, probabilmente no. Forse però somigliava a quella di oggi. Il termine Pullicenus si trova infatti già in qualche scrittore latino del IV secolo. Qualcuno pensa che si possa riconoscerlo in uno dei personaggi delle commedie cosiddette atellane che erano in voga nell’antica Roma, Maccus, che però a volte era rappresentato come un satiro o un sileno...» Arturo guarda il nipote, «...sai, quelle figure della mitologia greca e romana mezzi uomini e mezzi cavalli o caproni…»

«Si, si, più o meno ho capito…» Asserisce convinto Peppeniello.

«Eh, oppure come un servo un po' sciocco, col naso lungo, il viso bitorzoluto e un grosso ventre coperto da un camicione…»

«Come Pulcinella! E perchè si chiamavano atellane le commedie?»

«Perché erano diffuse soprattutto ad Atella, un’antica città della Campania presso il popolo degli Osci… Tu sai chi erano gli Osci, li hai studiati a scuola?»

«Si, si, più o meno…» Evasivo!

«Sempe più o meno? Vabbé. Comunque, personaggi simili si trovano per tutto il Medioevo e durante il Rinascimento, ma la maschera come la conosciamo noi si può dire che nasce tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600. All’epoca la forma di spettacolo più diffusa era la commedia dell’arte, con i suoi personaggi in maschera…»

«Come Arlecchino?»

«Esatto, questo te lo ricordi meglio, vero?»

«E per forza, quella la maestra alle elementari ogni volta che veniva carnevale ci faceva una capa tanta, lei e le maschere di ogni città e ce le faceva disegnare, Arlecchino, Pantalone e tutto il resto appresso!»

SilvioFiorilloCapitanoMatamoros, incisione di Abraham Bosse (1602-1676)
Silvio Fiorillo - Capitano Matamoros, incisione di Abraham Bosse (1602-1676)

«Ecco, in quel periodo un attore, Silvio Fiorillo, già celebre nella parte di un capitano spagnolo col nome di Capitan Matamoros, si accorse che fra i caratteri comici napoletani c’erano vecchi come Cola o Pascariello corrispondenti al Pantalone veneziano, o servi furbi come Coviello corrispondenti a Brighella, ma lo sciocco, corrispondente ad Arlecchino, mancava. Così Fiorillo scovò Policenella, un nome che richiama un pulcino, poi diventato in dialetto Pulecenella, un personaggio ghiottone e insaziabile, sfrontato, vigliacco e nel tempo stesso burlone, insolente e furbo. Il cognome diventa Cetrulo…»

«Cioè citrullo, un poco fesso...»

«Più o meno… e la sua patria diventa comunemente Acerra, un paese tra Napoli e Aversa, anche se Fiorillo cita più specificamente Ponteselice, una località da quelle parti con un ponte e forse un abitato.»

«La sua compagna è Colombina, vero?» Chiede Peppeniello.

«Compagna? Vogliamo chiamarla… partner?» Arturo abbozza una pronuncia inglesizzante e Peppeniello sorride tozzoliando con la testa. «Si, la compagna di Pulcinella è comunemente chiamata Colombina. Il pulcino e la colomba! Ma tieni presente che l’autore della prima commedia in cui questa compare non era napoletano e Colombina non è un nome napoletano! Infatti il femminile di colombo, palummo, in napoletano è palomma…»

«... e il diminutivo dovrebbe essere palummella!» Esclama il ragazzo.

«Infatti! E tra l’altro Colombina non parla neanche napoletano! Nei Balli di Sfessania, … - non è una cattiva parola, ma una serie di disegni di un incisore francese raffigurante le fasi di alcune danze carnevalesche dell’epoca - Pulliciniello balla con la signora Lucretia, il cui nome diminutivo in napoletano è Zeza e questo è il nome che compare vicino a Pulcinella in tante altre commedie.»

«Uà, glielo vorrei andare a dire alla maestra!» Esclama eccitato Peppeniello.


Il Teatrino di Policinella a Napoli - Incisione di inizi '900
Il Teatrino di Policinella a Napoli - Incisione di inizi '900

«Nella commedia teatrale» riprende Arturo, «i vari interpreti ne tirano fuori storie simpatiche e gradevoli e così Pulcinella entra anche nella storia dei burattini, le cui rappresentazioni nascono appunto nel ‘600, in cui però è uno scellerato che sa solo bastonare e ammazzare la gente, a volte per niente e senza scrupoli, un bambino capriccioso e smargiasso che così però fa ridere gli ascoltatori, specie i bambini. Così il suo regno diventa il castello dei burattini, che all’epoca si metteva al Largo di Castello o alla Gran Guardia.»

«Dove c’è adesso piazza Municipio?»

«Bravo. A differenza però degli altri personaggi che avevano la voce umana, quella dei burattinai, Pulcinella aveva un tono diverso, schiacciato, velato a metà tra quella di un bambino e il verso dei polli e si otteneva con l’uso di un arnese speciale, un osso traforato attraverso cui passava la voce del burattinaio. Nel tempo poi lo interpretano vari attori e assume diverse caratterizzazioni e così al contrario di tutte le altre maschere antiche, Arlecchino, Brighella, Pantalone, Pulcinella è riuscito a sopravvivere, questo soprattutto perché divenne quasi rappresentativo del popolo napoletano. Quando nel 1700 si diffusero i viaggi dall’estero in Italia, ciò che veniva messo in rilievo di Napoli erano il Vesuvio, la plebe protagonista della rivolta di Masaniello, gli scavi di Pompei ed Ercolano e… Pulcinella, perchè molto simile nei suoi atteggiamenti e comportamenti a quei lazzari di cui tanto si parlava. Così Pulcinella finì sulle insegne delle botteghe, nei giocattoli e nei sillabari dei bambini, nei presepi, diventando il ritratto o forse meglio la caricatura del popolano napoletano. Poi la maschera decade, fino a metà dell’800, quando l’attore Antonio Petito lo

riporta sulle scene del Teatro S. Carlino, un piccolo teatro che stava in piazza Municipio.

La Compagnia Teatrale di Antonio Petito
La Compagnia Teatrale di Antonio Petito

Con lui Pulcinella diventa un buon marito, operaio onesto, generoso, talvolta pur coraggioso, spiritoso, non sciocco, non goffo in amore, fine osservatore, intelligente popolano, come scriveva Di Giacomo.»

«Uà, te lo ricordi a memoria!» Osserva ammirato il ragazzo.

Arturo sorride e continua. «Le sue buffonate diventano umorismo, a volte diventa tenero se non triste. Petito però muore e Pulcinella scompare un po' dalle scene relegato in compagnie minori e nei teatrini di via Foria e così la maschera decade. Lo stesso Scarpetta...»

«Il padre di Eduardo De Filippo?»

«Proprio lui, ne abbiamo parlato tante volte! Scarpetta lo bandisce addirittura dal suo teatro, perché non fa più ridere, anzi nelle classi colte che prima lo applaudivano e si divertivano con lui subentra un sentimento di pudore, di ipocrisia, non vogliono più identificarsi in Pulcinella. Ma è proprio suo figlio, Eduardo, che lo riporta in teatro e con gran successo. Così adesso sono in tanti che ne rinnovano la tradizione e tengono vivo uno dei simboli più popolari e conosciuti di Napoli.»

Peppeniello guarda la maschera di bronzo. «E la gente viene da fuori per toccargli il naso perché credono che porta fortuna!» E accarezza delicatamente il naso a becco di Pulcinella. Il ragazzo sembra soddisfatto, alza la testa, alla targa che denomina il vicolo. «Artù, perchè si chiama vico del Fico al Purgatorio?»

Nonno Arturo accarezza la testa del suo allievo preferito. «Mbè, perché si trova proprio di fronte alla Chiesa detta del Purgatorio e qui c’è un’altra storia da raccontare...»

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